Musica e Parole #17

Rubrica “Il Giardino dell’Anima”

La Matriarca

Sono sempre stata attratta dalle persone particolari, quelle che per il loro modo di essere, di relazionarsi, di vestirsi, di proporsi al mondo insomma, non seguono i canoni comunemente accettati dalla cornice sociale in cui sono casualmente inseriti. Per questo ho sempre amato le streghe, le zingare, le suffragette, le esploratrici, le archeologhe, quella schiera di donne cioè che sono guardate con sospetto perché hanno fatto scelte di vita fuori dagli schemi, perché seguono l’istinto più che la ragione, perché appartengono a ceti, caste, etnie da sempre rifiutate.

Ecco con loro mi sento a casa, chissà forse perché per qualche strano miscuglio di DNA anch’io sono un po’ zingara, un po’ araba, un po strega e anche un po’ archeologa, visto che per lavoro ho scelto di scavare nel l’inconscio delle persone.

Facevo l’ultimo anno di Medicina ed ero impegnata nel tirocinio di Clinica Medica,l’esame più impegnativo del sesto anno.

Tutte le mattine andavo in Ospedale, infilavo un camice e mi veniva affidato un paziente di cui dovevo raccogliere la storia clinica, quella che in gergo si chiama Anamnesi.

Quella mattina avevo una strana sensazione, una specie di corrente sotto pelle, che col tempo avrei imparato a riconoscere come l’avvertimento che qualcosa di straordinario stava per succedere. Anche il sorrisetto compiaciuto dell’assistente che mi consegnò la cartella rinforzò la sensazione:” Oggi paziente particolare” disse e senza altri indizi mi mandò incontro al mio destino.

Guardai il numero sulla cartella cercando il letto corrispondente e quando lo trovai il mio cuore perse un colpo perché nel bianco delle lenzuola stava annidata non “una zingara”, ma la “Regina degli Zingari”.

Sapevo che la mia città , con una cadenza che non conoscevo, veniva attraversata da carovane di zingari che si recavano in Provenza, per una loro grande festa, ma non mi era mai capitato di incrociarli. Lo avevo tanto desiderato e ora davanti a me c’era questa donna, un dono del cielo. Era molto anziana, o almeno sembrava perché il volto era pieno di rughe e la carnagione molto scura le metteva in evidenza.

Aveva labbra sottili e lunghi capelli grigi raccolti in due trecce che le ricadevano sul petto. Il collo era ornato da tantissimo collane, d’oro, di corallo, con pendenti di foggia strana, perle e pietre di cui non conoscevo il nome e lo stesso ornamento aveva ai polsi sottili che congiungevano alle braccia magrissime due mani grinzose ma lunghe e bellissime.

Non portava una camicia da notte ma una camicetta bianca ricamata a fiori sgargianti e immaginai che sotto il lenzuolo ci fosse una gonna sullo stesso stile. Pensai con uno strano senso di soddisfazione all’irritazione della caposala, rigida e inamidata, nel dover accettare questo inusuale abbigliamento e sorridendo tra me presi una sedia e mi accostai al capezzale di questa meraviglia.

Sentendo il rumore lei si risvegliò dal suo torpore aprì gli occhi e me li piantò in viso. Oddio che sguardo! C’era in esso tanta fierezza e nello stesso tempo tanta umanità che per un attimo mi tolse il respiro. Rimasi muta, con la penna in mano e un’espressione penso buffa perché lei sorrise e lo fece con tutta la faccia, non solo con la bocca, dove mancavano i quattro incisivi, cosa che le dava l’espressione di un bambino che attende fiducioso la Fatina dei denti.

…lei sorrise e lo fece con tutta la faccia…

Poi cominciò a parlare e in un primo momento non capii nulla. Pensai che stesse parlando una lingua arcaica e che sarei stata impossibilitata a raccogliere la sua storia e per un attimo rividi il sorriso sornione dell’assistente che me l’aveva affidata. Poi, probabilmente, smisi di ascoltare con le orecchie e passai ad un altro senso, forse più antico e dimenticato, e cominciai a cogliere qualche parola. Parlava in un miscuglio di lingue, un po’ italiano, un po’ francese e spagnolo, e qualcos’altro che non seppi catalogare. Anch’io cominciai a buttare lì qualche domanda, soprattutto in francese che conoscevo bene, e ne venne fuori un dialogo, il dialogo più strano ed affascinante che abbia mai intrattenuto nella mia vita.

Mi raccontò che stava andando ad una festa con la sua grandissima famiglia( poi seppi che i suoi figli e nuore si erano accampati fuori dall’ospedale rifiutandosi di allontanarsi troppo da lei) quando si era sentita male; il respiro le si era fatto corto, il cuore saltellava, e le sue vecchie gambe non la reggevano più. L’avevano portata in ospedale, erano stati tutti gentili ma non la capivano, così lei aveva deciso di aspettare me. “Aspettarmi?”le chiesi sorpresa. Lei disse che sì sapeva che sarei venuta e che l’avrei capita. Alla fine si stancò di parlare. Allungò un braccio, mi prese la mano con cui tenevo le sue carte e la voltò col palmo in alto. La osservò per un po’ poi sorrise annuendo come se avesse visto quello che si aspettava di vedere.

Mi piantò di nuovo in viso quei suoi occhi antichi e sentii un gran calore entrarmi dentro. “Que la Virgen ti accompagni”, disse.

“Que la Virgen ti accompagni”

Poi chiuse gli occhi “ je suis stanca, muy stanca”, e sospirò. Sfilai la mano dalla sua e gliela accarezzai. Poi cercando di non far rumore spostai la sedia e uscii dal reparto. Scrissi la sua storia e la consegnai in segreteria fregandomene degli sguardi sorpresi degli assistenti e della caposala. Me ne tornai a casa e quella notte la sognai con la sua bocca da bambina sdentata e la sua voce gentile. L’indomani mattina il suo letto era vuoto; “ È morta nel sonno” disse l’infermiera “arresto cardiaco”.

Grazie nonna gitana, la tua benedizione è sempre con me.

Nadia Sinicco